Filatura di ritorno

Valle Grana, 10.07.2020
Tra le attività d’altri tempi che oggi stanno tornando di moda c’è la filatura e domenica 28 giugno appassionati e curiosi hanno potuto vedere in cosa consiste da vicino, anche se non troppo a causa del distanziamento imposto dal Covid. Il cortile antistante il museo di Santo Lucio de Coumboscuro, nella cuneese Valle Grana, ha infatti ospitato un laboratorio sulla lavorazione domestica della lana, animato da una varietà di personaggi.

È stato meraviglioso vedere come nel tempo l’uomo abbia costruito attrezzi tra loro diversi per trasformare la materia prima fornita dalle pecore. Ma altrettanto interessante è stato vedere come chi fila lasci la sua impronta sul risultato finale.

Igor Botta, un poliedrico e simpatico ometto di Villaro di Ormea (Valle Tanaro) che compone versi e recupera utensili e tradizioni, ha mostrato ai presenti il funzionamento di due strumenti in apparenza molto distanti tra loro: la rocca, strumento elementare ed il solo in questo genere ad essere portatile, e la “ruota”, che per elementi e proporzioni è simile alla ruota per filatura di Jersey (Jersey spinning wheel) utilizzata in Inghilterra nel XVIII secolo. Proprio lo studio di questo modello di uso familiare sarebbe stato il punto di partenza per la meccanizzazione della filatura, realizzata di lì a breve durante la rivoluzione industriale.

Il filarello (arcolaio) utilizzato da Anna Arneodo invece era di tipo verticale, modello che si vede più di frequente. La ruota era azionata da un pedale, così si avevano entrambe le mani libere e si poteva ottenere un prodotto di maggiore qualità. A Chesta, la borgata più alta (1360 mt) del vallone di Pagliero in Valle Maira dove Anna è nata, fino agli anni ’40 e ’50 la modesta economia montana si basava sull’allevamento degli ovini e la coltivazione della canapa sativa, attività da cui si ricavavano fibre naturali indispensabili nella vita quotidiana.

E lei in gioventù era il membro della famiglia incaricato della filatura di entrambe: con la lana si realizzavano poi ai ferri indumenti intimi e maglie per tutti, mentre dalla canapa si ricavavano matasse di filo, portate a tessere altrove (a Celle Macra) per ricavarne tela per lenzuola ed asciugamani. Sua mamma le aveva insegnato come ottenere un filato sottile e regolare, e questo resta l’obiettivo di Anna anche ora che, ormai in là con gli anni, fila per passione e non più per necessità.

Un approccio completamente diverso ha invece caratterizzato l’intervento di Syoekie de Vries. Olandese di nascita, ma italiana da moltissimi anni ed attualmente insediata in Valle Grana, è una sperimentatrice di tecniche impiegate nella trasformazione della lana, da vello grezzo a prodotto finito. Cardatura, filatura, tintura e manifattura sono tutte fasi che le consentono di tentare metodi, combinazioni ed accostamenti nuovi, con risultati straordinari ed impensabili. La sua fantasia è senza limiti e la sua passione contagiosa.

Durante l’evento è stato anche possibile vedere come si realizza la tessitura manuale su un telaio di medie dimensioni.

Era anche presente un ex-pastore di pecore, la cui famiglia aveva praticato tale attività per generazioni, spostandosi anche al di fuori della regione.
Ha raccontato aneddoti e descritto la dura vita che quel lavoro imponeva.
Esibiva un cartello che riassumeva in poche parole tutta l’attuale polemica tra chi vede di buon occhio il ritorno del lupo nella zona e chi non: “Le pecore e i pastori hanno dato tanto alla montagna. Le autorità ci hanno regalato i lupi. Ero un pastore. Beppe Pinulin.”

Forse sono davvero inconciliabili i diversi punti di vista, ma dare pareri su cosa non si vive in prima persona spesso è molto facile. Provare per credere.

Fonte: SalaStampa.Eu – Articolo e credito foto: Ines Beltramo. All Rights Reserved.

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