Essere felici non è solo bello, è anche utile


Il prof. Robert Waldinger, psichiatra americano e professore alla Harvard Medical School, ha tenuto questo discorso nel lontano 2015, esponendo i risultati di una ricerca promossa dal prestigioso istituto e durata più di settantacinque anni.

La lunghezza dello studio, ha fatto sì che l’indagine si concentrasse su differenti aspetti, riflettendo in questo la diversa specializzazione medica di ogni direttore del progetto (ci sono stati quattro avvicendamenti) e le diverse tendenze di ogni epoca (genetica e determinismo biologico, psichiatria, ecc.).

Lo studio ha seguito l’evoluzione di 724 uomini, che erano adolescenti nel 1938. Si trattava di persone con grandi differenze in quanto a situazione economica e sociale, spaziando dai quartieri più poveri di Boston a studenti di Harvard: lo stesso presidente John F.Kennedy faceva parte del campione iniziale. Le informazioni raccolte nel tempo riguardavano ogni aspetto della salute, ed ogni due anni ai soggetti veniva chiesto come vivessero e quale fosse la loro salute mentale ed emotiva. E venivano anche intervistati i loro familiari.

Negli anni ’70 gli studiosi hanno incluso nello studio anche altre categorie di persone e, più di recente, anche i figli (cinquantenni e sessantenni) dei soggetti iniziali, per studiare come salute ed invecchiamento siano in relazione con il tipo di infanzia di ognuno.

La scoperta più sorprendente è stata che le nostre relazioni sociali, e quanto ci rendono felici, hanno un peso determinante nella nostra salute. Infatti, aver cura del proprio corpo è altrettanto importante quanto curarsi delle relazioni sociali “positive”, che espongono meno gli individui a fenomeni come schizofrenia o dipendenza da alcool o fumo.

Addirittura, è stato rilevato che i cinquantenni con relazioni di famiglia e di amicizia appaganti sarebbero diventati ottantenni con una migliore salute fisica rispetto a coloro che avevano avuto un buon valore di colesterolo.
Al contrario, coloro che avevano condotto un’esistenza solitaria morivano più precocemente, al punto da far dire al dr. Waldinger che “la solitudine aveva il potere di uccidere quanto fumo ed alcool”.

Esiste una diretta relazione tra felicità e relazioni personali strette (coniuge, famiglia, amici e circoli sociali).
“La connessione interpersonale crea stimoli mentali ed emotivi, che sono sostegni automatici dell’umore, mentre l’isolamento è un fattore che lo annichilisce” dice il relatore.

Questo suggerisce l’importanza di coltivare relazioni positive ed evitare quelle negative, o almeno rendere minime le interazioni con queste ultime.
E per ampliare la propria vita sociale, si può per esempio dedicarsi ad una delle tante attività di volontariato, che rinforzano la sensazione di utilità percepita dall’individuo.

E può anche essere illuminante prendere spunto dalle persone in età matura, che vedono la vita abbreviarsi e tendono ad essere indulgenti rispetto agli errori del passato, privilegiando invece ciò che dà loro soddisfazione nel presente.
Perché non dedicarsi a ciò che piace, cercando di rimuovere gli eventuali ostacoli che possono essere d’impedimento?

Fonte: SalaStampa.Eu
Articolo: Ines Beltramo. All Rights Reserved.

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